Un bulldozer si ferma davanti a una roccia scura. Il vento corre sul muschio, i tecnici parlano a bassa voce. In Islanda, a volte una strada piega il suo corso non per capriccio, ma per rispetto di chi non si vede e per prudenza di chi deve farla passare.

Perché in Islanda costruiscono le strade girando intorno alle “case degli elfi”
Sulle mappe appare una curva inspiegabile. Sul terreno c’è un affioramento di lava con un nome e una fama. I camion si fermano, i lavori rallentano, qualcuno racconta di macchinari impazziti senza motivo vicino a certe pietre. A prima vista sembra folklore. Poi, guardando meglio, si intravede una logica.
Quando la burocrazia incontra il paesaggio spirituale
In Islanda la decisione di deviare un tracciato non è scenografia. È una scelta della Vegagerðin, l’amministrazione stradale, maturata sul campo: meglio una curva in più che un cantiere fermo per giorni. Nel mezzo c’è il Huldufólk, il popolo nascosto, e la convinzione diffusa che alcune rocce siano “case degli elfi” o perfino “chiese”.
Non si tratta di decreti mistici. È gestione del rischio. Se vicino a un masso le ruspe si guastano in serie e gli operai rifiutano di proseguire, l’ente pubblico consulta esperti di elfi e comunità locali. Talvolta sposta un tubo. Talvolta sposta la roccia. Più spesso aggira l’ostacolo, preservando al tempo stesso un tratto di natura fragile.
Questa figura professionale esiste davvero. L’esperta di elfi più nota, Erla Stefánsdóttir, è stata chiamata per anni da comuni e imprese come mediatrice culturale. Cammina sul sito, ascolta le storie del posto, indica il margine da non superare. Non certifica l’invisibile; traduce un codice del paesaggio che per molti islandesi è evidente quanto la mappa geologica.
Un caso ricorrente nelle cronache locali è la roccia di Ófeigshjallari: il cantiere di una strada legata a un nuovo ospedale sarebbe rimasto bloccato a lungo finché il masso, considerato una “chiesa degli elfi”, non è stato spostato con cerimonie di riguardo. Su tempi e denominazioni i resoconti non sono univoci; il dato solido è la prassi: negoziare, proteggere la roccia, riprendere i lavori.
Dati, costi e rispetto ecologico
Secondo sondaggi dell’università d’Islanda, oltre il 50% della popolazione non esclude l’esistenza degli elfi. Pochi dicono “ci credo” in senso stretto; molti parlano di rispetto. È un modo di vedere la natura come un organismo vivo, non come uno sfondo inerte. In questo quadro, l’idea delle case degli elfi diventa una norma sociale: un limite che protegge colline, campi di lava, habitat di muschi e uccelli.
Per l’ente pubblico è anche calcolo. Una deviazione costa meno di settimane di stallo, contenziosi e cattiva pubblicità. Evita conflitti con residenti e associazioni. Riduce incidenti di cantiere. Gli “scherzi degli elfi” non sono verificabili con un protocollo scientifico, ma gli effetti di un cantiere bloccato lo sono, in bilancio.
Si potrebbe liquidare tutto come superstizione. Eppure, strada dopo strada, l’Islanda ha coniato una forma di pragmatismo spirituale: la burocrazia che si piega quel tanto che basta per non spezzare un paesaggio spirituale unico. Non serve crederci per riconoscerne il valore civico.
Resta un’immagine: l’asfalto che fa una curva larga, il masso al centro come un piccolo altare di lava, il traffico che scorre. È un inciampo o una lezione di convivenza? La prossima volta che una mappa ti sembra storta, prova a chiederti cosa sta protegendo quella curva.





